Ecco infine il luogo dove Bisanzio cede il passo a Roma, alla regola benedettina, ai primi aliti del romanico che increspano una concezione dello spazio ancora legata a visioni orientali. Lama d'Antico, il più ampio insediamento rupestre del Fasanese, il più articolato e urbano, è un luogo di transizione. Qui si vede e si respira il passaggio dal culto greco-italico al culto latino, tra la metà dell'XI secolo e l'inizio del XII. Oggi si direbbe: un laboratorio del cambiamento da una cultura ad un'altra. Come tutti i luoghi in cui si è svolta una vicenda di trapasso, Lama d'Antico è a suo modo un luogo di rivelazione dell'umano, perché del trapasso mostra la naturale gradualità. E svela l'attitudine degli uomini, per così dire, a parlare lingue miste, al tempo stesso conservatrici e innovatrici. Se natura non facit saltus, tanto meno ne fanno gli uomini. E se i potenti si disputano primati che implicano guerre di cultura, le popolazioni preferiscono non gettar via nulla e gettar tutto in un crogiolo di fusione, retaggi antichi e ormai interiorizzati così come nuovi influssi.
Lama d'Antico, culmine del nostro itinerario, come San Lorenzo e San Giovanni si trova sull'asse della provinciale Fasano-Savelletri, ma più verso il mare. E' un grande villaggio rupestre a tre chilometri da Fasano, vicino alle masserie Signora Cecca e Sarzano. Si svolta a destra dopo il sottopassaggio della ferrovia e si raggiunge un deposito di vecchie auto. Di fronte si entra nella lama, che è il prolungamento di quella di San Lorenzo e di quella del Tamurrone, che include San Giovanni. Il villaggio medievale comincia subito e arriva quasi al mare. Incerte le origini del nome: mancano documenti attestanti l'ipotesi che Antico stia a significare le remote origini del luogo. Potrebbe anche trattarsi del nome di un proprietario del sito in tempi relativamente recenti. E' invece probabile che questo sia il nucleo originario della città di Fasano, quel San Giovanni de Fajano di cui parla una bolla lateranense del 1179 come perpetuo possedimento benedettino.
Le abitazioni scavate nella roccia sono addossate alla grande chiesa rupestre, aperta nel tufo alla fine dell'XI secolo per soddisfare le esigenze di una comunità cresciuta di numero. Sono gli anni in cui il rito latino, portato dai Benedettini, si afferma su quello greco. In epoca anteriore, il culto ortodosso era stato officiato in una piccola cappella a croce greca, ancora visibile, addossata al fianco destro della chiesa maggiore.
Nella cattedrale nella roccia di Lama d'Antico si entra da una porta che ha due lunette intagliate nell'arcata. Sulla sinistra dell'ingresso, una farmacia-erbario costituita da buche nella roccia dove si tenevano le erbe officinali. A destra del portale, una finestra monòfora e un'altra porta che dà accesso al presbiterio. Entrati, lo spazio rivela subito la compresenza di ascendenze bizantine e di elementi proto-romanici: greci sono il presbiterio (bema) sopraelevato con abside e la cupola centrale - questa oggi aperta, un tempo completata da murature sopra la base ricavata dalla roccia -; latine, e affini a tratti visibili nelle cattedrali romaniche pugliesi d'impronta benedettina, sono invece le due navate separate da pilastri e archi a tutto sesto: la maggiore con volta a botte; la minore a sinistra, chiusa dall'altare per la lettura dei testi sacri (all'uso benedettino) e dalla cattedra per l'abate e i vescovi in visita. Decisamente romanico-pugliese è la fascia di nicchie ad arco, intagliate lungo l'intero perimetro sopra il sedile che corre su tutti i lati.
Complessa l'abside della navata maggiore, su due livelli: sul timpano, in alto, l'affresco della Maiestas Domini, tradizionale rappresentazione del Cristo glorioso, derivante dai testi dell'Apocalisse e del profeta Ezechiele, con ai lati i simboli dei quattro Evangelisti (si vedono ancora solo il leone di San Marco e il toro di San Luca). E' una scena diffusa in epoca normanna, con esempi che toccano Germania, Francia e Italia centro-meridionale.
Gli affreschi sono rovinati, ma anche qui occorre saper guardare: a sinistra e a destra della Maiestas campeggiano due figure, la Madonna e il Battista. L'assieme è un connubio tra il Gloria latino e la Dèesis ortodossa - quest'ultima, come abbiamo visto, caratterizzata da Maria e Giovanni Battista ai lati del Cristo -. L'ignoto autore ha esplicitamente voluto fare di due tradizioni una sola idea del sacro: il Cristo romano in gloria, affiancato dalla coppia greca della Vergine e del Battista. E la fusione continua nel resto del ciclo pittorico: nelle file dei santi con gli orientali Lorenzo, Stefano e Teodoro e gli occidentali Filippo e Martino; nei paramenti, quando greci quando latini; nello stesso stile figurativo, bizantino nei tratti essenziali come la monumentalità e la visione frontale delle figure, ma - come nel volto di San Martino - a volte umanizzato da tratti di realismo come lo sguardo laterale, non più fisso.
Figure di una religiosità che poteva restare intensa e naturale nel passaggio tra due culture, senza lacerazioni. Qui termina il nostro tour, nel luogo dove la civiltà rupestre tocca il suo culmine, oltrepassando se stessa senza estirpare le sue radici.